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Interviste

"Cara Europa, basta tagli alle banche italiane"

Parla Giulio Romani, segretario generale First-Cisl: vigileremo su Mps e non solo. Banche venete, fusione rischia di essere somma di guai

Clarissa Satta
venerdì 21 aprile 2017 12:08

Giulio Romani, segretario generale di First-Cisl, non ci sta ad assecondare nuovi tagli - incalzati dall'Europa - e attesi in alcune banche in difficoltà. E, in questa intervista, illustra il nuovo modello di banca proposto dal sindacato per riallineare le previsioni di ricavi e costi senza incidere ulteriormente sul personale.

Il tema dei tagli e degli esuberi rimarrà centrale nelle prossime settimane. L'Europa chiederà a Mps maggiori sacrifici su questo fronte. L'avevate previsto?

"Purtroppo il tormentone degli esuberi ormai è scontato. L'Europa continua a denunciare una totale incapacità programmatica nell'indirizzo del sistema bancario e si limita a suggerire, talvolta ad imporre, soluzioni di breve periodo, che non risolvono i problemi strutturali, anzi, in qualche caso li aggravano. Continuare a pretendere riduzioni del personale, per esempio, in assenza di nuovi investimenti in riorganizzazione e tecnologia, resi impossibili dalle condizioni economiche di alcune banche, tra cui Mps, finisce solo col peggiorare la qualità del servizio offerto alla clientela e con l'incentivarne l'esodo verso altri istituti. Così il deperimento degli attivi finisce con l'incidere sui bilanci e sul futuro della banca, in modo ben più pesante di quanto faccia il recupero di costi del personale. In ogni caso, noi non saremo disponibili a trattare su soluzioni che dovessero prevedere sacrifici non gestibili attraverso gli ammortizzatori sociali del sistema".

La vostra posizione sul fronte di ulteriori tagli è chiara. Ma quali sono le alternative per riallineare le previsioni di ricavi e costi?

"Le banche devono mettersi in testa che occorre cambiare radicalmente l'offerta, diventando centri di consulenza ad alto valore aggiunto, a 360 gradi. La redditività non può essere recuperata dalle innovazioni di processo, che agiscono solo sui costi, ma da quelle di prodotti e servizi. Oltre a ciò, occorre ripensare urgentemente alla gestione degli NPL (crediti detriorati), eliminare dai bilanci il tarlo che li erode, senza però favorire la speculazione che sta lucrando sulle nostre difficoltà a scapito del territorio ed a beneficio dei furbetti".

Come vi state muovendo sul fronte delle banche venete?

"Noi abbiamo da subito espresso contrarietà all'ipotesi di fusione delle due banche, non ravvedendo in essa una possibilità di sviluppo, ma, anzi, il rischio di un aggravamento, per sommatoria, delle difficoltà delle due imprese. Meglio sarebbe, a nostro avviso, avviare una gestione comune del credito deteriorato, onde evitare una fratricida concorrenza sul recupero crediti nei confronti degli stessi debitori. In tal senso, se i soggetti locali, imprenditoriali, politici e, perché no, bancari si coalizzassero, noi avremmo pronta una proposta di gestione sana e paziente degli npl, che abbiamo presentato a Roma il 3 aprile e che potrebbe davvero contribuire al rilancio delle due banche, rendendo anche l'ipotesi di fusione diversamente praticabile. Certo è che se ai lavoratori venisse offerta la possibilità di investire in un progetto in cui credere, per sviluppare strumenti di partecipazione ed essere compensati nel tempo del contributo offerto, la nostra posizione sugli ulteriori sacrifici che vengono loro prospettati sarebbe evidentemente più flessibile. L'attuale situazione di tutte le banche in difficoltà, in cui il costo del lavoro è stato continuamente tagliato, ci dice infatti che sia giunto il tempo di riconoscere ai lavoratori un ruolo attivo nelle scelte con cui saranno spesi anche i loro soldi".

Il contratto dei bancari è adeguato alle nuove sfide che il mercato oggi pone?

"Nell'ultimo rinnovo del ccnl, le organizzazioni sindacali avevano chiesto di poter discutere di nuovi modelli di banca, ricevendo un fermo rifiuto da parte delle aziende. Peccato, perché oggi avremmo potuto avere, se non altro, una discussione avviata su come si vogliano gestire le ricadute delle innovazioni tecnologiche e su come si intenda stimolare il sistema bancario a ripensare al proprio rapporto con i clienti e con il Paese. Certamente, rispetto a ciò che abbiamo, occorrerà sperimentare, e lo stiamo facendo, nuove forme di remunerazione e tutela della figura dei consulenti, cercando di evitare quanto già successo nel settore assicurativo, dove gli agenti sono liberi professionisti che, di fatto, sostituiscono la rete degli sportelli. E inoltre, dovremo immaginare un allargamento del perimetro di rappresentanza del contratto almeno a tutto il mondo finanziario, a partire da quello assicurativo: noi lavoriamo ancora su un'area contrattuale descritta nel 1990, quando il nostro mondo era completamente diverso da oggi... Ma al momento dobbiamo difendere il contratto che abbiamo e che non ha ancora finito di erogare gli aumenti definiti con il suo rinnovo. Certo, siamo disponibili ad avviare un confronto per inquadrare il prossimo rinnovo dentro un contesto innovativo, un po' come si fece alla fine degli anni '90. Ma stavolta la partita in gioco non può essere solo quella della gestione delle ricadute come allora: la lezione di questi anni ci dice che dobbiamo trovare il modo per far partecipare i lavoratori al loro futuro".

A che punto è il lavoro su quello delle Bcc?

"Siamo alla paralisi. Le incertezze sull'applicazione della riforma, la situazione precaria di tante banche, le tensioni intorno alla formazione dei nuovi gruppi, rendono impossibili le trattative. Certo che non possiamo aspettare all'infinito. I lavoratori del credito cooperativo attendono da troppo tempo un nuovo contratto e le delegazioni dovranno decidersi su come sbloccare questa situazione".

Qual è il "nuovo" modello di banca che proponete?

"Noi pensiamo che le banche, che non ricavano più abbastanza dal credito e non devono farsi tentare dai facili utili della finanza, debbano ricostruire il rapporto di fiducia con i clienti e, con esso, le loro prospettive economiche, specializzandosi in servizi consulenza alla famiglia, agli investitori, alle imprese. Questo è un Paese con grandi potenzialità, sia per la capacità creativa della sua imprenditoria, sia per la grande quantità di risorse private che gli Italiani hanno saputo risparmiare. Le banche, con personale adeguatamente formato e sfruttando al meglio l'immenso patrimonio di informazioni reso disponibile dai loro big data, possono essere quel soggetto che accompagna il risparmio privato alla partecipazione negli investimenti produttivi, che assiste dal punto di vista fiscale, amministrativo e commerciale le imprese più piccole e meno strutturate, che offre supporti formativi per far crescere l'educazione finanziaria della clientela, per sviluppare la professionalità nelle imprese e per favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Se le banche fossero in grado di regalare fiducia ai risparmiatori e fornire consulenza di qualità alle imprese, questo Paese avrebbe le risorse private disponibili per un rilancio della produttività senza precedenti e le banche stesse potrebbero beneficiarne direttamente e indirettamente. Ma occorrono coraggio e buona volontà per raccogliere questa sfida: noi abbiamo entrambi".



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