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News e Analisi

Banca Popolare di Bari, azionisti nel mirino

Il rebus dei risparmiatori che si vedono i titoli svalutati ma non riescono più a venderli: manca il compratore

Carmelo Catalano
martedì 19 settembre 2017 16:02

"Procrastinare è una trappola. Troverai sempre delle scuse per procrastinare. Ma la verità è che esistono soltanto 2 cose nella vita: le scuse ed i risultati, e con le scuse non si va da nessuna parte". La Banca Popolare di Bari sicuramente non ha seguito questa indicazione di Robert Anthony quando ha deciso di quotare le azioni sul mercato Hi Mtf, per garantire ai suoi azionisti la possibilità di vendere le azioni, rendendo liquido il titolo.

Il problema dell'impossibilità di vendere le azioni è scoppiato in maniera dirompente in seguito alla prima svalutazione del titolo, intervenuta nell'aprile 2016, con la quale il valore dell'azione è stato portato da € 9,53 a € 7,50. Valori, come vedremo, notevolmente superiori al presumibile valore economico dell'azione.

Se l'intenzione era quella di assicurare liquidità al titolo in maniera da consentire agli azionisti di liquidare in tempi ragionevoli l'investimento, allora era chiaro che l'obiettivo non era raggiungibile quotando l'azione sul mercato Hi Mtf. Se, invece, l'obiettivo era quello di tirare un calcio al barattolo cercando di procrastinare il problema, allora l'obiettivo è stato centrato in pieno, o quasi.

Il dato di fatto è che vendere le azioni della Banca Popolare di Bari è un'impresa impossibile.

All'ultima asta, tenuta il 15/9/2017, per mancanza di denaro (le regole del mercato non consentono scostamenti superiori al 12% rispetto al prezzo di riferimento, fissato in € 7,50), cioè di potenziali acquirenti, sono state scambiate appena 300 azioni per un controvalore di 1.980,00 euro. Dal momento della quotazione sul mercato, intervenuta il 30 giugno 2017, ad oggi il titolo ha registrato scambi per appena 158.000 euro.

Eppure la BANCA ha 70.000 soci-azionisti, ha in circolazione 160,2 milioni di azioni circa per una capitalizzazione teorica, al prezzo di 6,60 di 1,057 miliardi.

Per avere un indicatore dell'entità del problema basterà dare un'occhiata ai volumi precedenti la svalutazione, quando cioè presumibilmente vendeva solo chi aveva l'effettiva necessità di liquidare l'investimento. E considerare che queste azioni sono diffuse solo tra i clienti del Gruppo Banca Popolare di Bari.

Nel corso del 2014 i volumi relativi alle azioni sono stati molto superiori, attestandosi a circa 36 milioni e, nel solo primo trimestre 2015 a poco più di 15 milioni di euro.

Che le azioni delle azioni della BANCA non si riescano a vendere è normale.

Sarebbe strano il contrario.

Si trattava di un titolo, esattamente come le azioni delle BANCHE VENETE, non quotato su un mercato regolamentato, il cui valore veniva fissato anno per anno dall'assemblea dei soci e collocato a un valore di molto superiore, quanto a multipli, a quello delle BANCHE quotate.

La miscela ideale perché la stampa, nel riportare la notizia, abbia avuto buon gioco a descrivere gli azionisti della BANCA come dei perfetti sprovveduti, inconsapevoli del rischio dell'investimento azionario, per di più illiquido.

Ma cerchiamo di vedere le cose da un altro angolo visuale.

IL BOT DI BARI

In prima battuta va evidenziato che, sia pure non esplicitamente, la BANCA assicurava che l'investimento era liquidabile in un massimo di 90 giorni. Infatti nei prospetti informativi e nella scheda prodotto si poteva leggere: "Dall'avvio del sistema interno, nessun ordine di vendita è stato evaso con tempi di attesa superiori a 90 giorni, al netto degli eventuali giorni di sospensione delle negoziazioni nei casi previsti dal Regolamento"

Si deve ritenere, quindi, che al momento di collocare i titoli gli Uffici della Banca evidenziassero ai clienti la possibilità di liquidare l'investimento in un massimo di 90 giorni.

E che la liquidazione doveva avvenire necessariamente al prezzo stabilito dall'assemblea, quindi senza alcun rischio di incorrere in perdite in conto capitale.

Per convincersi, poi, del perché questa fallace convinzione possa essersi sedimentata tra i clienti della BANCA basta dare un'occhiata alla tabella che segue nella quale è riportata l'evoluzione del valore dell'azione e dei dividendi dal 1996 al 2014.



Emerge che il titolo ha distribuito nel periodo 1996/2014 dividendi per il 53,06% e si è rivalutato, in conto capitale dell'11,85%. Nulla di eccezionale, se solo si considera che nel medesimo periodo di tempo i soli interessi legali, senza alcuna capitalizzazione, sono pari al 59% circa e gli interessi e la rivalutazione monetaria al 113% circa.

Dato il lunghissimo arco di tempo, noi siamo partiti dal 1996 ma la cosa è strutturale, non stupisce, almeno non ci stupisce, che fra i clienti della BANCA si fosse sedimentata la convinzione che l'azione della BANCA fosse "diversa" dalle altre azioni, al punto di essere assimilabile a una sorta di BOT al servizio della crescita del territorio.



Il resto è storia nota ai più. Nel corso del 2016 la BANCA, in seguito alla perdita registrata nel bilancio 2015, ha provveduto per la prima volta a svalutare l'azione fissando il valore a 7,5 euro dai 9,53 precedenti, con una svalutazione, quindi, del 21%. Svalutazione che la BANCA ha attribuito, con una fantasia degna di miglior causa, alla legge che ha imposto alle Banche Popolari, con attivi superiori agli 8 miliardi, di trasformarsi da Società Cooperativa in SpA.

Da quel momento è stato praticamente impossibile vendere le azioni della BANCA.

MA QUANTO VALGONO LE AZIONI?

BANCA POPOLARE DI BARI ha un outstanding di 160,2 milioni di azioni circa, che a un controvalore di 7,5 equivalgono a circa 1,2 miliardi. Il patrimonio netto, al 31.12.2016 è pari a 1,07 miliardi (quello tangibile, cioè al netto delle attività immateriali ammonta a 910 milioni circa), i crediti deteriorati ammontano a 1,5 miliardi (17,1% degli impieghi e 145% circa del patrimonio netto). La BANCA, infine, ha chiuso il bilancio 2016 con 404 milioni di ricavi, un utile di gruppo di circa 5,2 milioni, ed ha un cost/income del 84,3%.

La raccolta globale è in calo, essendo passata da 14,2 a 13,5 miliardi (-5,1%), quella diretta da 10 a 9,4 miliardi (-6,3%). La BANCA ha un ROL (risultato operativo lordo) di 63,5 milioni e un Risultato operativo netto negativo di circa 30 milioni che, si trasforma in utile finale solo per effetto della contabilizzazione di imposte anticipate. Il costo del credito, dopo il picco toccato nel corso del 2015 dove è stato di 269 bp (rettifiche su crediti per 251 milioni) si è ridimensionato a valori più fisiologici nel 2016 a 103 bp (rettifiche pari a 95 milioni circa).

Non certo numeri da best class e che ci portano a una valutazione nell'intorno del 40%/50% del Patrimonio netto tangibile, cioè a un valore che oscilla tra i 2,27 e 2,84 euro per azione, come si evidenzia nella tabella sopra. Per avere un termine di confronto basterà rilevare che UBI BANCA e BANCO BPM, entrambe più redditizie e con parametri patrimoniali migliori, capitalizzano entrambe circa il 50% del PNT.

Ci riserviamo di affrontare, in un prossimo articolo le possibili strade che gli azionisti possono percorrere per cercare di tornare in possesso del controvalore del loro investimento.

Per domande, dubbi e approfondimenti scrivete a redazione@finanzareport.it, le risposte saranno pubblicate nella sezione Le Vostre Domande.



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