Informativa

Per migliorare il nostro servizio, la tua esperienza di navigazione e la fruizione pubblicitaria questo sito web utilizza i cookie (proprietari e di terze parti). Per maggiori informazioni (ad esempio su come disabilitarli) leggi la nostra Cookies Policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

OK X
Skin ADV
Home



News e Analisi

Cina-Usa: guerra di dazi, dialogo obbligato

Gli americani annunciano nuova stangata di tariffe su una serie di merci cinesi per 100 miliardi di dollari. Dal confronto rischiano di uscire entrambi sconfitti, causa l'interdipendenza fra i due giganti

Mirko Molteni
venerdì 6 aprile 2018 14:00

Il presidente cinese Xi Jinping con il capo della Casa Bianca Donald Trump
Il presidente cinese Xi Jinping con il capo della Casa Bianca Donald Trump

I nuovi round nella guerra commerciale fra gli Stati Uniti e la Cina seminano incertezza nei mercati, sebbene si intraveda all'orizzonte la possibilità di un accordo, almeno sui tempi lunghi, una volta che le due potenze affacciate sull'Oceano Pacifico abbiano soppesato con più calma i pro e i contro del caso.

Botta e risposta

Nelle ultime ore il presidente americano Donald Trump ha annunciato nuove misure contro le importazioni di prodotti cinesi negli Usa: "Alla luce delle ingiuste rappresaglie della Cina, ho dato mandato ai rappresentanti Usa per il Commercio di valutare se 100 miliardi di ulteriori dazi siano appropriati". Il riferimento era alla pubblicazione da parte dei cinesi mercoledì di una lista di 106 prodotti americani, per un valore di 50 miliardi di dollari, che Pechino intende gravare del 25% di dazio come reazione alla "lista nera" americana di 1333 prodotti cinesi, fra cui macchinari utensili e apparati di telecomunicazioni, pubblicata poco prima e giustificata dagli Usa con l'accusa di violazione di proprietà intellettuale da parte cinese, in altre parole violazione di brevetti. Già qualche giorno prima, i cinesi avevano annunciato tariffe extra su 128 articoli americani, per un valore merceologico di circa 3 miliardi di dollari annui in risposta del primissimo provvedimento di Trump, che in marzo aveva scatenato questa rincorsa di ripicche, ossia i dazi su acciaio e alluminio, teoricamente rivolti a un vasto gruppo di paesi, coi quali però, dalla Corea del Sud alle nazioni dell'Unione Europea, Washington è in trattativa.

La nuova manovra delle ultime ore ha suscitato di nuovo parole ostili da parte del governo cinese, retto dal presidente Xi Jinping, che tramite una nota del Ministero del Commercio ha fatto sapere oggi: "Se gli Stati Uniti ignorano l'opposizione della Cina e della comunità internazionale e insistono nelle loro misure unilaterali e protezioniste, la Cina è pronta ad andare fino in fondo qualunque sia il prezzo". Insomma, a prima vista sembrerebbe che i due giganti siano intenzionati a non retrocedere, ma la realtà è che, prima dell'entrata in vigore dei rispettivi dazi, ci sono almeno un paio di mesi disponibili per smussare gli angoli, ed è per questo che per ora i timori dei mercati sono stati limitati. Standard and Poor's in effetti ha per ora definito "una schermaglia" il duello di dazi, ritenendo "improbabile" che le tariffe creino grossi danni alle economie e alle strutture di credito dei due paesi, sebbene inviti a non sottovalutare la crescita del rischio con l'andare del tempo.

Distanti, ma legati

Il fatto è che Cina e Stati Uniti sono legati a doppio filo e, in alcuni settori, tecnologicamente interdipendenti, talchè un vero muro contro muro non è nell'interesse di nessuno. E' vero che in linea generale l'America lamenta il continuo aumento del deficit della bilancia commerciale col Celeste Impero, che dai 347 miliardi di dollari del 2016 è arrivata ai 375 miliardi del 2017. E si tratta della stragrande maggioranza del deficit commerciale globale che gli Stati Uniti lamentano con tutto il mondo, ovvero 566 miliardi. Ciò ha offerto a Trump un fortissimo argomento per dare l'avio alla stretta sui dazi, come abbiamo visto originati dalla volontà di proteggere un settore particolare come l'industria dell'acciaio e dell'alluminio. Ma il debordamento del confronto al di fuori del ramo metallurgico, col gioco di ritorsioni e contro ritorsioni, rischia davvero di travolgere entrambi.

Non è un caso che la prima raffica di dazi cinesi si è incentrata su prodotti americani facilmente sostituibili ampliando le fonti di approvvigionamento nel resto del mondo, per esempio la carne di maiale e la frutta. Diverso il caso della seconda ondata, che paventa ripercussioni su settori più critici, vitali sia per i cinesi come consumatori, sia per gli americani come produttori, ovvero semi di soia, autoveicoli e, soprattutto, manufatti "strategici" come gli aeroplani, nella fattispecie gli agognati jet della Boeing con cui Pechino vuole rinnovare le sue aerolinee civili. Magari anche nella speranza di trarne qualche accorgimento tecnico da trasferire sulla sua produzione militare. Proprio la grande azienda aeronautica di Seattle abbia espresso direttamente la propria preoccupazione, diramando in un comunicato: "Le posizioni di entrambi i governi possono compromettere l'intera industria aerospaziale". La Boeing e l'indotto delle sue subfornitrici sarebbero infatti enormemente colpite dalla compromissione dei loro affari con Pechino, ma anche lo stesso governo di Xi Jinping non riderebbe, data la priorità strategica assegnata al rinnovo dei trasporti aerei interni, che solo in parte altri attori come Airbus potrebbero coprire, data la complessità e i tempi lunghi delle costruzioni aeronautiche moderne.

Tutti sconfitti

Più in generale, se telefonini, vestiti e scarpe di fabbricazione cinese arrivassero con più difficoltà in America, sarebbero colpiti milioni di consumatori americani di basso reddito, che puntano proprio sui prezzi più abbordabili del "Made in China", il che si rifletterebbe in malcontento popolare e perfino elettorale. Per non parlare poi dei citati semi di soia, di cui la Cina compra un terzo dell'enorme produzione statunitense, per circa 14 miliardi di dollari. Se i cinesi non ne comprassero più, gli agricoltori del Midwest scenderebbero in piazza contro la Casa Bianca, ma è Pechino stessa che temerebbe di essere costretta a una mossa del genere, poiché le eventuali alternative, comprare la soia da Brasile o Argentina, sono insufficienti, come volume del raccolto, a soddisfare il colossale mercato cinese.

Ecco perché da più parti si considerano questi dazi annunciati come segnali, minacce, non ancora concrete, ma che servirebbero a spingere l'avversario al tavolo delle trattative. La stessa portavoce di Trump, Sarah Sanders, aveva già spiegato: "Ci saranno un paio di mesi prima che le tariffe da ambo le parti entrino in vigore e siano attuati e noi speriamo che la Cina faccia la cosa giusta. Se non ci saranno cambiamenti al comportamento della Cina e non cesseranno le loro pratiche commerciali scorrette allora procederemo".

Tecnicamente, negli Usa verrà analizzato il reale impatto di questo confronto doganale con un rapporto governativo entro l'11 maggio, dopodiché è probabile almeno un altro mese, o quasi, di ulteriori valutazioni sul da farsi. Ma nel frattempo Washington e Pechino si parleranno certamente, come Trump sta già facendo con l'Ue, in tal caso più serenamente trattandosi degli storici alleati europei. Anche l'ambasciatore cinese in America, Cui Tiankai, ha esortato gli americani a "non fare passi nella direzione sbagliata, che danneggerebbe entrambi, poiché nel mondo moderno siamo tutti interconnessi". Tutto lascia quindi credere che le "facce truci" siano preliminari di trattative inevitabili, data la posta in gioco per entrambi.



Testata giornalistica registrata al Tribunale di Monza - Copyright © 2018 Tutti i diritti riservati
AM FACTUAL SRLS C.F. 09708930962
Privacy