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News e Analisi

Guai dall'Europa per le banche venete

L'ingresso dello Stato alla Ue non basta: serve 1 miliardo di euro dai privati per ricapitalizzarle. Il Fondo volontario tirato per la giacca, ma le risorse scarseggiano

Clarissa Satta
venerdì 19 maggio 2017 12:05

Una nuova grana si profila nel salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. I negoziati sono ancora nella fase iniziale, ma la Dg Competition (l'autorità europea in seno alla Commissione) già punta i piedi sull'importo dell'aumento di capitale e, in particolare, sui fondi che dovranno arrivare dai privati. L'autorità ha chiesto un intervento di capitali privati per un ulteriore miliardo prima di dare il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello stato alle due ex popolari.

In soldoni lo Stato non può essere l'azionista pressoché unico delle due banche: questo pare il messaggio europeo. Un messaggio che risuona forte e chiaro in una fase in cui per i due istituti in condizioni difficili non è certo facile reperire tali risorse sul mercato. La spiegazione risiederebbe nella necessità di coprire ulteriori perdite certe, previste o prevedibili che potrebbero nascere da una richiesta più stringente di svalutazione dei crediti delle due realtà. Le due banche, che hanno sofferenze per lorde per 9 miliardi, hanno già detto di aspettarsi nuove svalutazioni, senza però quantificarle.

Il salvataggio, operazione da 6,4 miliardi, prevede un contributo di capitali privati costituito dall'anticipo aumento di capitale versato da Atlante e dalla conversione di bond subordinati. I bond subordinati oggetto di conversione sarebbero circa 1 miliardo, secondo dati ad aprile, mentre l'intervento in conto aumento di capitale di Atlante ammontava nel complesso a 938 milioni. Non è chiaro se l'importo sia già stato in parte utilizzato.

Tra le strade possibili per trovare nuovi capitali privati in Popolare Vicenza e Veneto Banca, una passerebbe per il braccio volontario del fondo interbancario di tutela dei depositi, Fitd, secondo fonti citate da Reuters che conferma anche l'importo di 1 miliardo di euro di capitali privati richiesti dalla Dg Comp e anticipato dal Sole 24 Ore. Le due banche, tuttavia, non hanno commentato. Nessun commento immediato neanche dalla Commssione europea. La vera grana è rappresentata dal fatto che lo schema volontario del Fondo Interbancario che a ieri non aveva ricevuto alcuna richiesta di intervento non ha in cassa le risorse sufficienti per iniettare questi denari. Al momento ha una dotazione di 700 milioni che gli servirà anche per intervenire nel salvataggio della Cassa di Risparmio di Rimini, della Cassa di Risparmio di Cesena e nella Cassa di san Miniato, già promesse spose a Cariparma-Crédit Agricole in veste di cavaliere bianco.

Come detto la strada è in salita: le banche sane del sistema contattate per contribuire al salvataggio non paiono propense a sborsare altri soldi per farsi carico di ulteriori salvataggi. Già la scorsa primavera quando dovevano andare in Borsa con un Ipo non avevano trovato il miliardo necessario e a giugno il Fondo Atlante era stato costretto a fare il suo ingresso. Ora anche il titanico fondo gestito da Quaestio Sgr ha già fatto presente che non investirà altri denari nella ricapitalizzazione dei due istituti, ma dovrebbe limitarsi a intervenire sulle sofferenze. Anzi: non ha fatto mistero di diluirsi nel capitale anche come conseguenza dell'ingresso dello Stato. Che però, allo stato attuale, pare ancora lontano.



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