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News e Analisi

Iran e non solo, dove può arrivare il prezzo del petrolio?

Non solo le nuove tensioni e sanzioni fra Usa e Teheran, ma anche la crisi del Venezuela e gli insufficienti investimenti estrattivi degli ultimi anni di bassi prezzi, possono far salire il barile nei prossimi mesi

Mirko Molteni
giovedì 10 maggio 2018 17:01

Dopo l'uscita degli Stati Uniti dal trattato internazionale sul nucleare iraniano e il varo da parte del presidente Donald Trump di nuove sanzioni contro Teheran e contro chi ci commercia, un primo "risultato" è già sotto gli occhi di tutti, ovvero il nuovo aumento delle quotazioni del petrolio. Al punto che si pone l'incognita se esso potrà oppure no tornare alla soglia dei 100 dollari al barile.

Gli americani certo hanno tutto da guadagnare, sia perché il valore del dollaro è molto ancorato alla sua valenza di "petroldollaro", come valuta di riferimento del settore petrolifero, sia perché, con prezzi più alti, possono realizzare maggiori margini sul loro "shale", estratto con costose tecniche di fracking degli strati rocciosi del sottosuolo, che hanno richiesto maggiori investimenti.

Il rischio però è quello di passare da un eccesso di offerta al suo esatto opposto. Anzitutto, l'esperto Maurizio Mazziero, di Mazziero Research, trova difficile che il prezzo del greggio possa aumentare così tanto. Mazziero spiega a Finanza Report: "Ritengo che nei prossimi mesi il prezzo del barile potrebbe oscillare fra 70 e 78 dollari, anche se, nella peggiore delle ipotesi, le nuove sanzioni comportassero per l'Iran un crollo della produzione dagli attuali 3,8 milioni di barili al giorno ai circa 2,8 milioni di barili antecedenti all'accordo sul nucleare. Certo bisognerà capire esattamente come saranno formulate queste sanzioni e in che modo reagirà Teheran. E' ovvio che se gli iraniani dovessero per rappresaglia bloccare lo stretto di Hormuz, allora sì che il barile potrebbe schizzare a 100 o perfino 150 dollari, ma si tratterebbe di un'emergenza politica estranea al puro mercato. Certo è che sullo sfondo c'è la massiccia produzione americana di shale oil, che è aumentata del 14% in un anno e che oggi tocca 10,7 milioni di barili al giorno. Forte è l'impressione che con le sanzioni e la tensione gli USA intendano tener fuori la produzione iraniana dal mercato mondiale, per sostituirla con la loro. In più con la speranza di sostenere il prezzo, il che ripaga maggiormente gli investimenti per la produzione shale".

Fra altri commenti relativi al mercato spiccava quello lanciato dal ministro del Petrolio del Bahrein, lo sceicco Mohammed bin Khalifa Al Khalifa, secondo cui la nuova stretta sull'Iran potrebbe togliere dalla circolazione abbastanza petrolio perché subentri un'offerta insufficiente rispetto alla domanda, facendo quindi balzare i prezzi. Questo perché gli investimenti produttivi sono stati dal 2015 a oggi molto limitati, dato che la stagione di bassi prezzi iniziata in quell'anno non li rendeva remunerativi.


Spiega lo sceicco intervistato dalla stampa americana: "Da quando i prezzi calarono nel 2015, gli investimenti non sono ritornati in auge. E se tu non investi, potresti fronteggiare molto presto una scarsità di forniture. E' stato abbastanza responsabile per l'Opec tentare di tornare al precedente livello di investimenti. Perciò la domanda rimane: siamo tornati a investire? Io penso che la risposta sia non abbastanza. Ciò suggerisce che ci sarà una potenziale sfida nelle forniture nel futuro a breve termine".

Numeri alla mano, si prevede che nuove sanzioni all'Iran possano rimuovere dal mercato circa 500.000 barili al giorno, laddove si calcola che le aperture degli ultimi anni avevano permesso al paese degli ayatollah di più che raddoppiare le esportazioni, dal precedente milione di barili quotidiani ai 2,5 milioni di oggi. Quanto ciò possa influire sui prezzi del greggio nelle prossime settimane e mesi è tutt'oggi in discussione.

Recentemente un report degli analisti di Goldman Sachs ha previsto che entro l'estate il Brent possa arrivare a 82,5 dollari al barile.

L'analisi di Goldman, però, inquadra l'aumento del petrolio in un più ampio contesto di "fine ciclo" per le commodities, senza legarlo troppo alla questione iraniana, ciò perché le scorte sono basse e la domanda sopravanza l'offerta. Goldman inoltre loda ben 445 progetti petroliferi avviati da Total, Eni, BP, Chevron, Anadarko, Petrobras, Hess, Range e Galp, visti come i "vincitori", per il momento, sul mercato del greggio.

Nelle ultime ore sul mercato dei future il Brent ha aggiornato i massimi da novembre 2014 sopra 77 dollari e il Wti sopra 71 dollari al barile. E non solo per l'Iran, ma anche per l'ormai annosa questione del Venezuela, che negli ultimi tre anni è letteralmente affondato in una pesantissima crisi economica, trascinatovi dai bassi prezzi del greggio e dalla eccessiva dipendenza dell'economia nazionale dall'oro nero. Ancora oggi la produzione venezuelana stagna sugli 1,5 milioni di barili al giorno, mentre una decina d'anni fa stava sui 3 milioni di barili. La nuova crisi iraniana, insomma, conta molto, ma non è il solo fattore in gioco.



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